I FIGLI DEL DESERTO

Da mercoledì 8 maggio 2019

Per quattro mercoledì di seguito, dall’8 maggio al 29 maggio compresi, ci troviamo presso la biblioteca di Seriate per vedere quattro film. Proiezione alle ore 21 e a seguire dibattito (e ogni tanto qualche dolciume)

I figli del deserto

I figli del deserto sono l’incarnazione di un apparente paradosso, descritto all’interno del rapporto tra generatività e aridità.

Se colui che nasce si manifesta innanzitutto come una voce che chiama per essere accolta e riconosciuta nella conversazione originaria, per poi essere rimbalzata nel corpo in via di formazione, aprendo lo spazio della soggettività, cosa succede quando la voce non può gridare, quando la risposta non arriva?
Cosa succede, cioè, nella logica del nostro paradosso, quando si è figli del deserto, creature in cui l’aridità si è incorporata – carne sorda e cieca, chiusa al mondo – o per cui è il mondo stesso a chiudersi nel silenzio, incapace di offrire una risposta che dia, tempestivamente, una forma?

I primi due film della rassegna ci permettono di sperimentare questa condizione filiale obliqua, interrotta, mostrandoci gli effetti dello scacco della conversazione originaria; i personaggi che li popolano rispecchiano la condizione di una soggettività tesa faticosamente verso la ricerca di una costruzione strutturalmente in ritardo, dunque solitaria.

La solitudine, frutto avvelenato dell’assenza della risposta, viene esposta nel primo film a partire dal vissuto di un gruppo di persone sordocieche, seguendo quindi una direttrice che, dal ‘fuori’ della corporeità sensibile assediata dall’oscurità, porta al ‘dentro’ di un’interiorità contratta, silenziata, sempre sull’orlo del bilico dell’abbandono; una solitudine che, nel secondo film è invece il prodotto di una risposta che mostra di non aver compreso la sua dimensione formativa originaria, arenandosi nelle secche della spiegazione, letteralmente ‘postuma’ e quindi inefficace, di una giovane vita ormai definitivamente chiusa alle possibilità dell’esperienza.

Eppure, la chiusura ed il silenzio, così come il deserto, non sono fuori dalla vita, dalla generatività dello scambio: pur rappresentandone un momento limite, anzi in qualche modo proprio per questo motivo, essi sono in grado di mostrare le possibilità originarie del ‘generativo’, di ciò che in esso deve rimanere sorgivo, al di là delle inevitabili mancanze; a loro è affidato il fondo ‘inoperoso’ – silente, immotivabile e informe- che orla il senso ogni operazione, di ogni parola e di ogni spiegazione.

Il terzo film è il racconto di questa inoperosità fondamentale, ricostruita a partire dalla quotidianità silenziosa di un’antica comunità religiosa racchiusasi fra le mute pieghe delle Alpi francesi; racconto, lento e ripetitivo, che ha bisogno di trascendere se stesso per diventare esercizio, dialogo serrato ma paziente tra voci che hanno disimparato a risuonare l’una per l’altra.

In questa conversazione impossibile – situata cioè nel limite del dicibile, il quale, quindi, in essa si fonda- si inizia a svelare il carattere solo apparente del paradosso della generatività evocato in apertura: il soggetto può trovare nell’eco del silenzio una risposta che lo costruisca come tale, soggetto di una comunità in quanto ad essa – ai suoi ritmi, alle sue operazioni, ai suoi riti, alle sue chiusure ed ai suoi squarci- in definitiva assoggettato.

La sopravvivenza della comunità – la cui capacità costruttiva è la radice del correlativo potere castrante e mortificante – è al centro dell’ultimo film della rassegna: la preparazione e la celebrazione di un pranzo, tanto ingenuo quanto solenne, è l’evento in cui prende forma quella risposta intersoggettivante che può scavare al fondo dell’aridità – mascherata questa volta da vecchiaia, disillusione o rimpianto – per ritrovare la sua originaria e inesauribile vitalità.

Inesauribile, beninteso, a patto che la comunità, pur nell’inevitabile trasformazione che la rende un organismo vivo e dunque cangiante, non si disgreghi e smetta quindi di danzare insieme: come ci suggeriscono le scene finali del film, che hanno per noi il compito più ampio di concludere l’intera rassegna, si tratta allora di far sì che movimenti, parole e canti, pur se irrigiditisi quasi fino alla secchezza, possano mostrare la loro generatività, mostrandosi all’altezza del loro destino di figli del deserto.

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