TRENI STRETTAMENTE SORVEGLIATI

Down in Mexico…

Suspicion (Il sospetto), A. Hitchcock, Stati Uniti, 1941, film che dà il titolo alla rassegna

Ostře sledované vlaky (Treni strettamente sorvegliati ), J. Menzel, Cecoslovacchia, 1966, film che dà il titolo alla rassegna

 

The Talk of the Town (Un evaso ha bussato alla porta), G. Stevens, Stati Uniti, 1942, 117'

Nayak (L’eroe), S. Ray, India, 1966

 

In a Lonely Place (Il diritto di uccidere), N. Ray, Stati Uniti, 1950, 94'

Runaway Train (A 30 secondi dalla fine), A. Končalovskij, Stati Uniti, 1985

The Fallen Idol (Idolo infranto), C. Reed, Regno Uniti, 1948, 95'

I cammelli, G. Bertolucci, Italia, 1988

 

The Trouble with Harry (La congiura degli innocenti), A Hitchcock, Stati Uniti, 1955, 99'

Shanghai Express, J. von Sternberg, USA, 1932

 

Essi vivono!

Nell’attesa di tornare al nostro appuntamento settimanale a Seriate abbiamo pensato di farvi compagnia con alcune proposte di visione.

Si tratta di rassegne già organizzate che non abbiamo potuto proporvi, film per i quali avevamo scritto qualche pensiero che desideriamo condividere almeno in forma virtuale, e film che probabilmente non proietteremo mai, ma che potreste considerare dei consigli di visione. Questa settimana vi proponiamo la rassegna:

Treni strettamente sorvegliati

Treni strettamente sorvegliati, ma la rassegna potrebbe intitolarsi anche Orange blossom special, per chi ama Johnny Cash, oppure Train Leaves Here This Morning, se amate gli Eagles. Noi, fedeli alla lezione del Drugo, non sopportiamo gli Eagles. Negli spazi chiusi – alle volte asfittici – dei vagoni e delle cuccette i registi si costringono a esercizi di stile non dissimili a quelli letterari dell’OuLiPo. Come fece Georges Perec in La scomparsa, romanzo scritto senza mai utilizzare la lettera “e”. Lipogrammi cinematografici.

Nayak (L’eroe), film del 1966 di Satyajit Ray. A metà strada tra commedia di costume sull’India moderna degli anni ’60 e riflessione sul cinema, il film segue l’eroe del titolo, una stella di prima grandezza del cinema indiano, solito interpretare la parte del perfetto e invincibile eroe, mentre viaggia in treno fino a Calcutta, per ritirare un premio in suo onore.

Alla consueta perizia tecnica Ray, ormai regista più che affermato, affianca una buona dose di cinismo e di disillusione nel tratteggiare, sotto forma di bozzetto, i personaggi che prendono vita durante il viaggio verso Calcutta.

Resta memorabile la sequenza onirica che divide il film in due, come una cerniera. Non mancano poi raffinate prese in giro dei film di genere, sotto forma di citazioni visive. Che esistesse anche in India l’equivalente del nostro “cinema dei telefoni bianchi”, ossia quel sottogenere della commedia tanto in voga in Italia tra gli anni ’30 e ’40 del Novecento? A giudicare dalle prime sequenze parrebbe proprio di sì.

Registi, attori, maestranze. Il cinema sul cinema fornisce l’occasione per una rassegna parallela, dalla quale vengono esclusi furbeschi paradisi: tra i tantissimi film che si potrebbero elencare si passa da Barton Fink (Barton Fink – È successo a Hollywood) di Joel e Ethan Coen, a S.O.B. di Blake Edwards, fino a Irma Vep di Oliver Assayas.

Runaway Train (A 30 secondi dalla fine), film del 1985 di Andrej Končalovskij. Senza dubbio miglior film della sfortunata parentesi statunitense del regista russo, è la storia della fuga disperata e impossibile di Manny Mannheimer (un immenso John Voight), evaso dal penitenziario di Stonehaven insieme al compagno Buck (Eric Roberts, meno immenso, ricordato solo perché fratello di Julia Roberts) con grave scorno del direttore del carcere, Ranken, che con Manny ingaggia una battaglia a distanza.

Il treno su cui si trovano i due evasi più che essere lanciato a bomba contro l’ingiustizia, macina il territorio gelato dell’Alaska in una corsa folle, senza speranza. La dimensione metaforica del film è talmente vasta e generica da che lo stesso Končalovskij dice: “It is a symbol for whatever you want it to be”.

La rassegna parallela esplorerebbe altri film dove il treno è visto come un microcosmo che sta per la società tutta, dove lo scontro e la lotta per l’esistenza vengono ridotti a una brutale, e non di rado manichea, essenza. Ed ecco Seolgug-yeolcha (Snowpiercer) di Bong Joon-ho, Emperor of the North Pole (L’imperatore del nord) di Robert Aldrich, e, in forma e misura diversa, Café express di Nanni Loy.

I cammelli, film del 1988 di Giuseppe Bertolucci. Su un treno è ambientata la seconda parte di questo stralunato film, dove impazza un Paolo Rossi lasciato a briglia sciolta. Storia di un concorrente di quiz televisivi (Rossi), massimo esperto mondiale di cammelli e del suo impresario (Diego Abatantuono), è uno spaccato di una certa Italia a cavallo tra ’80 e ‘90, smarrita tra televisioni commerciali e vacui sogni di successo.

Tra padane desolazioni si muovono Rossi e Abatantuono, accompagnati da una selva di improbabili personaggi. Destinazione Milano, per questo road-movie strampalato che viaggia tutto a scossoni, su binari sghembi.

Comici spaventati guerrieri, si intitolerebbe la rassegna parallela che chiamerebbe a raccolta Kamikazen – Ultima notte a Milano di Gabriele Salvatores, La lingua del santo di Carlo Mazzacurati e La voce della Luna di Federico Fellini.

Shanghai express, film del 1932 di Josef Von Sternberg. Quarto dei sette film del duo Sternberg-Dietrich, fa dell’eccesso il proprio segno distintivo. Avventure e amori di Shangai Lily (Dietrich), prostituta d’alto bordo in viaggio sul treno Pechino-Shanghai, costretta a barcamenarsi tra vecchie fiamme, soldati governativi e ribelli.

Il bianco e nero di Lee Garmes, modellato sul chiaroscuro, esalta la sontuosità della messa in scena, dei costumi, della scenografia.

Di omicidi, intrighi, inganni e tradimenti sui treni cinematografici ne sono passati a bizzeffe. Ricordiamo, per far carburare la rassegna parallela, La Bête humaine (L’angelo del male) di Jean Renoir, The Lady Vanishes (La signora scompare) di Alfred Hitchcock e infine, per alleggerire, Twentieth Century (Ventesimo secolo) di Howard Hawks.

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