SNARK FESTIVAL 2026

Dal 10 al 13 settembre

Proiezioni in lingua originale con sottotitoli in italiano

Ingresso gratuito

The Wobblies

10 Settembre 

20:00 INCONTRO

21:00 PROIEZIONE

 

 

Forest of Bliss

11 settembre 

18:30

 

 

Step Across the Border

11 settembre 

21:00

Kanehsatake: 270 Years of Resistance

12 settembre 

18:00 INCONTRO

18:30 PROIEZIONE

 

 

Salam cinema

12 settembre

21:00

 

Obrazy starého sveta

12 settembre

22:30

 

Marjoe

13 settembre

18:30

 

 

D'amore si vive

13 settembre 

21:00

 

In collaborazione con

Con il contributo di

Con il patrocinio di

Mediapartner

Credits

 Ufficio Stampa:

Sara Agostinelli 

sara.agostinelli@gmail.com

 Illustrazioni:

Alfio Capotorto

The Wobblies

10 settembre

20:00 presentazione a cura della Cgil di Bergamo, con Alessandro Portelli (critico musicale e storico, ha insegnato letteratura angloamericana alll’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”) e Bruno Cartosio (fondatore di À​coma – Rivista Internazionale di Studi Nordamericani, ha insegnato Storia dell’America del Nord presso l’Università degli Studi di Bergamo)

21:00 PROIEZIONE

Stati Uniti / 1979 / 90’ 

Regia: Steward Bird e Deborah Shaffer
Produzione: Steward Bird e Deborah Shaffer
Fotografia: Judy Irola e Sandi Sissel
Suono: Dixie Beckham e Deborah Shaffer
Montaggio: Steward Bird, Deborah Shaffer e Peter Gessner

Premi e riconoscimenti: Scelto nel 2021 per la conservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti d’America in quanto “film culturalmente, storicamente ed esteticamente significativo”.

Sinossi: 

Gli Wobblies erano i militanti dell’Industrial Workers of the World, un’ organizzazione sindacale attiva negli Stati Uniti nei primi decenni del ‘900, che intendeva mobilitare soprattutto i lavoratori poco qualificati e occupati in maniera precaria e instabile, per ottenere paghe migliori, copertura sanitaria e sicurezza sui luoghi di lavoro. Negli anni della massiccia immigrazione verso gli Stati Uniti, gli Wobblies, internazionalisti e rivoluzionari, si rivolgevano a uomini e donne di ogni provenienza, sfidando pregiudizi, leggi, provvedimenti e atteggiamenti lesivi dei diritti dei lavoratori, nonché della loro stessa esistenza: “Il padrone non ti guarda mai in faccia, non ti guarda mai negli occhi. Non gliene importa niente dei tuoi sentimenti, né della tua situazione, delle tue angosce, dei tuoi dispiaceri”, afferma infatti Willam “Big Bill” Haywood nel suo discorso alla fondazione dell’IWW, nel 1905 a Chicago.
Bird e Shaffer ricostruiscono la loro vicenda attraverso un grande lavoro di recupero di materiale d’archivio (fotografie, poster, volantini e canzoni) e soprattutto attraverso il racconto di alcuni dei suoi protagonisti, ormai ottantenni e novantenni, ponendo così al centro della ricostruzione documentaristica lo strumento della memoria orale, tramite cui il materiale
d’archivio prende vita caricandosi di senso, offrendo allo spettatore l’occasione di scoprire una pagina non troppo nota della storia americana e delle lotte dei lavoratori, nonché di interrogarsi sul funzionamento della società odierna.

Forest of Bliss

11 settembre

18:30 – presentazione a cura di Giulia Bellentani, antropologa

Stati Uniti / 1986 / 90’ 

Regia: Robert Gardner
Produzione: Robert Gardner e Akos Ostor
Fotografia: Robert Gardner
Suono: Michel Chalufour e Ned Johnston
Montaggio: Robert Gardner

Sinossi:

La visione di questo documentario porta lo spettatore a percepire il ritmo interno della Benares/Varanasi degli anni ‘80, accompagnandolo in particolare sulle tracce delle pratiche funerarie e religiose della più importante città sacra indiana. Opera costruita in armonioso equilibrio tra ricerca etnografica, sinfonia urbana, cinéma vérité e cinema sperimentale, Forest of Bliss non intende proporre una lettura didascalica o ‘decodificante’ delle pratiche, dei luoghi e dei personaggi che vengono mostrati nel corso metaforico di una giornata, dall’alba al tramonto, in un ciclico alternarsi e sovrapporsi di vita, morte e rigenerazione, ritualità ed esistenza quotidiana. La sua potenza sta innanzitutto nella capacità di restituire una profonda esperienza sensoriale, attraverso procedimenti filmici che “evocano la percezione sinestetica, aumentando la partecipazione dello spettatore alla vita quotidiana della cultura rappresentata”*, portandoci, contemporaneamente, sulla soglia dell’orizzonte metafisico e spirituale (la foresta della beatitudine cui allude il titolo del film) che in quegli elementi – volti, gesti, paesaggi –  trova la condizione della propria apertura.

*Mauro Bucci, Forest of Bliss: Sensory Experience and Ethnographic Film, in Visual Ethnography, vol.1, n. 1.

Step Across the Border

11 settembre

21:00 –  presentazione a cura di Marcello Lorrai, giornalista musicale

Germania-Svizzera / 1990 / 90’

Regia: Nicolas Humbert e Werner Penzel
Produzione: Res Balzli
Fotografia: Oscar Salgado​
Suono: Fred Frith​
Montaggio: Gisela Castronari e Silvia Koller​

Premi e riconoscimenti: 

Premio come miglior documentario al festival Uppsala Filmkaja del 1990; menzione speciale all’European Film Award for Best Documentary; premio speciale della giuria Golden Gate Award di San Francisco; nominato tra i cento film più importanti dai Cahiers du cinéma nel 2000.

Sinossi:

Fred Firth è un chitarrista, polistrumentista e compositore inglese, che fa dell’improvvisazione il cuore pulsante della sua musica, caratterizzata dalla ricerca e dall’esplorazione di trame sonore poco convenzionali. Ricerca che Firth dichiara essere un qualcosa che va oltre il discorso strettamente inscritto nella routine, “molto noiosa”, di un musicista che passa da un concerto all’altro senza entrare realmente in contatto con il pubblico. La musica per lui è un’arte non intesa come mera realizzazione di un prodotto da esibire né tantomeno ha che vedere con l’affermazione personale, ma è “uno stile di vita”. La pratica musicale dà forma al sé del musicista connettendolo al mondo, alle sue potenzialità espressive e al pubblico con cui entra in contatto. Humbert e Penzel fanno propria la lezione di Firth e corrispondono al suo modo di praticare la musica tramite lo stile del direct cinema, una modalità di documentare la realtà che rifiuta gli stilemi del documentario convenzionale, proprio come Firth rompe gli schemi musicali più tradizionali, non adottando una scrittura predefinita, ma esponendosi con maggior libertà a ciò che accade dinanzi alla macchina da presa, la quale, mobile e leggera, intreccia elementi in movimento (auto, persone, treni), suoni e rumori con la musica di Firth e dei musicisti con cui collabora. Il risultato è “Un’improvvisazione su celluloide di novanta minuti”, come recita il sottotitolo del film, dove musica e cinema, improvvisazione e celluloide, entrano in risonanza.

Kanehsatake: 270 Years of Resistance

12 settembre

18:00 incontro di presentazione con Chawki Senouci di Radio Popolare

18:30 PROIEZIONE

Canada / 1993 / 120′

Regia: Alanis Obomsawin​
Produzione: Wolf Koenig e Colin Neale​
Fotografia: François Brault, Zoe Dirse, ecc.​
Suono: Francis Grandmont e Claude Vendette​
Montaggio: Yurij Luhovy

Premi e riconoscimenti: 

Premio speciale della giuria all’International Film Festival di Amiens del 1993; miglior film canadese al Toronto International Film Festival del 1993; miglior documentario al Vancouver International Film Festival del 1993; miglior documentario al American Indian Film Festival del 1993; premio della giuria al Mediawave, Hungary del 1993

Sinossi:

Kanehsatake: 270 Years of Resistance racconta i tragici fatti di Oka, nelle terre dei mohawk, in seguito a [una] disputa su un campo da golf da costruire su terreni della comunità. La regista trascorre più di due mesi nei territori delle battaglie, documentando gli scontri armati tra i nativi, la polizia e l’esercito canadese”. Da Marco Bertozzi, Daniela Sacco – Immaginari incarnati, p. 97.

Girato in stile “direct cinema” il film segna un decisivo spartiacque nei prodotti audiovisivi che documentano la vita e le vicende dei nativi americani. Il film si discosta infatti dallo sguardo “etnografico” che aveva spesso modellato i modi della rappresentazione dei nativi, per adottare un approccio “partigiano” (la vicenda viene raccontata da una nativa e partendo dal punto di vista dei nativi), un approccio che consente di modificare la prospettiva attraverso cui viene letta la vicenda di Oka e, per estensione, l’intera storia dei nativi della regione, sin dal primo incontro con i colonizzatori europei.

Salam cinema

12 settembre

21:00

Iran / 1995 / 75′

Regia: Mohsen Makhmalbaf​
Produzione: A. Lavasani e Abbas Randjbar​
Fotografia: Mahmoud Kalari​
Suono: Shardad Rohani​
Montaggio: Mohsen Makhmalbaf

Premi e riconoscimenti: 

Vincitore del Munich International Documentary Festival del 1996

Sinossi:

“Che cos’è il cinema?”, chiede Makhmalbaf, nel ruolo di regista, ovvero di se stesso, ad uno degli aspiranti attori che accorrono in massa alle audizioni per il suo nuovo film. Presentato al festival del cinema di Cannes nel 1995, Salam cinema vuole infatti celebrare il cinema a cento anni esatti dalla sua nascita mostrando i provini di tale film immaginario, che diventano il film stesso.

Dopo le scene d’apertura in cui una folla caotica composta da migliaia di persone che si accalcano strattonandosi e premendo le une sulle altre per poter avere la possibilità di essere selezionate, lo spettatore è condotto all’interno della sala dove si svolge il casting. Essa diventa lo spazio rappresentativo in cui ciascuno si mette in scena: gli aspiranti attori e Makhmalbaf, oltre che il cinema stesso. Pungolati, stimolati, finanche maltrattati dal regista, che alterna gentilezza a brutalità, gli aspiranti attori mettono in scena loro stessi e la loro ambizione, forzando i propri limiti o arrendendosi ad essi, trovando vie espressive inconsuete, indossando anche i panni di registi nell’ultima parte del film. Makhmalbaf stesso si mette in scena, cercando e praticando egli stesso, mentre interroga e dirige chi ha di fronte, il senso del fare cinema; il risultato è un film che si muove sul confine ambiguo e labile tra finzione e documentario: la finzione della messa in scena che documenta la realtà proprio mentre fa mostra di sé, costruendosi e decostruendosi, ma pur sempre in un piano rappresentativo. 

Dunque, “Che cos’è cinema?”: uno Snark, una creatura inafferrabile e multiforme che irretisce, illumina e confonde.

Obrazy starého sveta (Pictures of the Old World)

12 settembre

22:30

Cecoslovacchia / 1972 / 70’

Regia: Dušan Hanák​
Produzione: Juraj Král​
Fotografia: Alojz Hanúsek
Suono: Václav Hálek​
Montaggio: Alfréd Bencic

Premi e riconoscimenti: 

Best Non-Fiction Film al Los Angeles Film Critics Association Awards del 1990; vincitore del Munich International; documentary Festival del 1989; menzione speciale all’European Film Awards del 1989

Sinossi:

Ispirato alle fotografie di Martin Martinček, Obrazy starého sveta, a cavallo tra film sperimentale e documentario, ci mostra le vite di un certo numero di anziani che vivono in un ambiente rurale, ai margini estremi della società, nelle regioni di Liptov e Orava. Si tratta di individui “non deformati dalla civilizzazione”, dice il regista Dušan Hanák, dei quali udiamo frammenti di discorsi, dialoghi, interviste, inframezzati ora con momenti della loro vita quotidiana, non di rado misera e tutt’altro che esente da problemi, ora con le fotografie di Martinček. Il film, benché girato nel 1972, non venne proiettato fino al luglio del 1988. Tra le varie conseguenze della fine della Primavera di Praga, infatti, ci fu quella di una censura molto stretta esercitata sui giovani registi cechi e slovacchi. Il film di Hanák, cui venne imputato di fare “apologia della bruttezza estetica”, fu dunque bloccato fino, appunto, al 1988. Si dice nel film: “Queste sono le storie di persone che sono rimaste se stesse. Dimenticate e semplici, abbarbicate nella terra dalla quale sono cresciute. Non è stato possibile trapiantarle, perché sarebbero morte”.

Marjoe

13 settembre

18:30

Stati Uniti / 1972 / 88’

Regia: Howard Smith e Sarah Kernochan​
Produzione: Howard Smith e Sarah Kernochan​
Fotografia: David Myers
Suono: Sarah Kernochan​
Montaggio: Lawrence Silk

Premi e riconoscimenti: ​

Oscar per il miglior documentario 1972

Sinossi:

“The blood industry” è l’industria religiosa di cui Marjoe è ministro. Bambino predicatore prodigio, il carismatico Marjoe (acronimo dei nomi Maria e Giuseppe) vive un’infanzia sotto le luci della ribalta delle chiese pentecostali americane durante gli anni Cinquanta. Il film, vincitore del Premio Oscar come miglior documentario, ma inviso alle comunità religiose soprattutto degli stati del Sud degli Stati Uniti, dove ne fu proibita la diffusione, segue Marjoe nel corso del suo ultimo “tour” nel 1971, alternando i suoi show a riprese di repertorio della sua attività negli anni precedenti. Marjoe bambino e Marjoe adulto si confrontano a suon di “thank you Jesus” e “Hallelujah”, ripetuti incessantemente per portare il pubblico in una sorta di trance spirituale, ma soprattutto per ottenere in cambio del denaro. Il protagonista parla apertamente, nelle parentesi tra un intervento e l’altro nelle chiese, della speculazione cui aderisce, contando le banconote che riceve e svelando le tecniche grazie alle quali riesce a ingraziarsi i fedeli per fare della predicazione un mestiere.

D’amore si vive

13 settembre

21:00 – presentazione a cura dell’associazione Immaginare Orlando

Italia / 1984 / 93’

Regia: Silvano Agosti​
Produzione: Franco Piavoli
Fotografia: Silvano Agosti​
Suono: Silvano Agosti​
Montaggio: Silvano Agosti con Giuliana Zamariola e Franco Piavoli

Sinossi:

D’amore si vive è una raccolta di sette interviste, selezionate tra le quarantasei che Silvano Agosti ha effettuato nell’arco di due anni nella provincia di Parma a inizio anni ’80. Una giovane madre che parla della maternità, una donna che racconta la severa educazione ricevuta e il difficile rapporto con il sesso e il proprio corpo, un bambino di nove anni che descrive le proprie esperienze sentimentali e commenta il mondo degli adulti, una ragazza eroinomane, una prostituita di mezz’età che racconta le sue esperienze, una prostituta transessuale appassionata di lirica e un transessuale amante degli animali sono i protagonisti della “ricerca”, come recitano i titoli di testa, tramite cui il regista bresciano indaga “la tenerezza, la sessualità e l’amore”. Una ricerca scarna ed essenziale dal punto di vista formale: inquadrature fisse sull’intervistato con cui il regista dialoga, interrogandolo senza giudizi e censure al fine di stimolare un racconto di sé, che si rivolge direttamente allo spettatore. Tali racconti mettono in luce le diverse tipologie umane degli intervistati, nonché la varietà del loro vissuto esperienziale; ne emerge un quadro ricco e sfaccettato della tenerezza, della sessualità e dell’amore e di come possano incarnarsi nella irriducibile singolarità di ciascuno. L’essenzialità della messa in scena si fa così portatrice di una complessità e di una profondità particolarmente significative, in quanto documenta la verità esperienziale lasciandole il tempo e lo spazio di esporsi e offrirsi allo sguardo dello spettatore, con cui si intreccia reduplicandosi in un rimando interpretativo che apre ulteriori orizzonti di senso

dove & come

📍📽️​👓 Dove si trova il cinema? 
Il cineteatro Lottagono si trova in Piazzale San Paolo a Bergamo. Qui la mappa.
🅿️ Dove parcheggiare?
Tra via Coghetti. via Goethe e piazzale San Paolo si trovano numerosi posti auto gratuiti.
🚍 Con i mezzi pubblici: 
puoi prendere il l’autobus (linee 8, 9) e fermarti in via Broseta 71, oppure la linea C e fermarti in via Carducci 882
oppure puoi venire in 🚲  🚲  🚲
📆⏳🔮  Come prenotare?
A questo link trovi la possibilità di prenotarti alle varie proiezioni. La sala è molto grande, posto ci sarà sempre, la prenotazione non dà la possibilità di avere un biglietto numerato (vieni un po’ prima della proiezione e vedrai che troverai un buon posto), ma dà a noi il piacere di capire quante persone aspettarci.
🍔🍺🥗 Dove mangiare qualcosa, tra una proiezione e l’altra?
Il bar dell’oratorio di San Paolo – a due passi, o forse addirittura a mezzo passo dal cinema Lottagono – rimarrà aperto per tutta la durata del Festival. In alternativa nelle immediate vicinanze puoi trovare bar, pub, pizzerie, ristoranti e trattorie di tutti i tipi.

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