CRONACA DI UNA SPARIZIONE

Da mercoledì 7 gennaio 2026

Per cinque mercoledì di seguito, dal 7 gennaio al 4 febbraio compresi, ci troviamo presso la biblioteca di Seriate per vedere quattro film. Proiezione alle ore 21 e a seguire dibattito (e ogni tanto qualche dolciume). 

Nell’autunno del 2025, circa un paio di mesi fa, leggevo sulla newsletter di Internazionale la testimonianza, apparsa originariamente su Al Jazeera, di Qasem Waleed, fisico e scrittore palestinese di Gaza:“Quando Israele ha lanciato il suo attacco il 7 ottobre 2023, quasi tutti noi a Gaza avevamo la sensazione che sarebbe stato brutale. Eppure, nessuno pensava che sarebbe durato due lunghi anni. Nessuno pensava che il mondo avrebbe permesso che questo accadesse per così tanto tempo”.

Qualche settimana fa Chiara Cruciati scriveva sul Manifesto: “La Palestina è cambiata e non cambia mai. I luoghi conosciuti in tanti anni sono deformati da un’operazione rapidissima di ingegneria demografica e geografica e dal risucchio invisibile e indescrivibile di vita e quotidianità. Cambiano i perimetri delle colonie, tutte uguali, tutte ripetute, nessun caos urbanistico, ma burocrazia, matematica e architettura aliena, stravolge il volto dello spazio e vende all’esterno un ordine implacabile e innaturale”.

Da anni leggiamo tanto sulla Palestina. Morti senza fine. Si denunciano queste morti, si analizzano i modi con i quali viene quotidianamente perpetrato il genocidio, si fanno delle manifestazioni. Tutto sembra inascoltato e inarrestabile. La violenza inaudita è totalmente normalizzata.

Questa rassegna tenta di dare voce ad alcune espressioni cinematografiche circa la Palestina, nel corso degli ultimi decenni. È un piccolo tentativo, sono solo esempi, per rendere conto di diversi fenomeni.

Il primo, quello più “classico” ma ultimamente meno frequentato, è legato alla storia del cinema palestinese che, come per tutte le nazioni (ma ovviamente in questo caso in un modo completamente diverso), ha a che fare con la terra e con l’indipendenza di un popolo. La storia del cinema è infatti una storia anche e soprattutto dello sviluppo industriale e politico di una nazione. Il cinema nasce con la Seconda Rivoluzione Industriale, e si innesta subito negli ingranaggi della storia delle grandi potenze colonialiste (motivo per il quale, per quanto riguarda tanti Paesi ex colonie, la cinematografia nazionale arriva “in ritardo”, e a lungo e tutt’ora resta legata alle nazioni colonizzatrici). Una storia del cinema palestinese fa necessariamente i conti con un popolo non riconosciuto giuridicamente, in una terra costantemente rubata dagli israeliani.

Il cinema filma lo spazio, e lo spazio è il fulcro dei lavori di registi che si sono occupati della Palestina, che si tratti di Gaza, o della Cisgiordania, o dei profughi palestinesi nel mondo (tema che riguarderà il primo e l’ultimo dei film proposti). Un altro fenomeno, in questi ultimi anni diventato quasi completamente inimmaginabile (se escludiamo ovviamente No Other Land, e pochi altri esempi), è il sodalizio artistico tra registi che abitano nello stesso luogo, israeliani e palestinesi, nel tentativo di interrogare il proprio territorio tramite il genere documentario. Il movente politico porta a produrre film impegnati, di denuncia, e la fiction ha trovato storicamente sempre poco spazio, nonostante l’enorme tradizione letteraria e artistica d’appartenenza dei palestinesi.

Infine, la Palestina ha attratto a lungo registi di altre nazioni, fortemente interessati a mettersi alla prova con ciò che simboleggia, con gli impedimenti, le ingiustizie, la volontà di riscatto. In questi casi i risultati sono artisticamente discutibili, ma la critica estetica non viene (a mio avviso ipocritamente) troppo esercitata, perché ci si unisce tutti davanti all’urgenza dell’indignazione. Nondimeno, i film appartenenti a quest’ultima categoria rappresentano una quota non trascurabile quando si parla di cinematografia palestinese, e per questo motivo ne verrà offerto un esempio.

Il titolo di questa rassegna è di un film di Suleiman, regista palestinese, mentre l’immagine scelta è tratta dal documentario Jenin, Jenin del palestinese Bakri (morto per malattia a fine dicembre 2025), entrambi di cittadinanza israeliana.

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